Maestro Pang Ming di Zhineng Qigong: “Quando qualcosa viene vissuto come un peso, qualunque cosa si faccia risulterà faticosa”
Alcune persone dicono: “Non ho tempo per studiare.”
A quei tempi io lavoravo otto ore al giorno. Dopo il lavoro studiavo per due ore. Quattro sere alla settimana avevo riunioni, un giorno era dedicato allo studio politico, un altro alle attività del Partito e della Lega; solo la domenica ero libero.
Eppure dovevo studiare la Medicina Tradizionale Cinese, il buddhismo, la letteratura, dovevo cercare maestri da cui imparare il QiGong, dovevo praticare personalmente, e nel tempo libero cercavo anche malati da curare per accumulare esperienza.
Ero più impegnato di voi oppure no?
Per quanto riguarda i libri di medicina cinese, prima della Liberazione erano stati pubblicati tra i cinquemila e i settemila volumi; io ne ho letti meno di quattromila. Dal 1960 ho iniziato a studiare il buddhismo e i sutra buddhisti: anche quello era un mondo vastissimo.
Se vuoi davvero imparare, devi mettercela tutta.
Se consideri una cosa una pressione, un peso, qualunque cosa tu faccia ti sembrerà faticosa.
Se invece la consideri una ricerca, un cammino verso qualcosa che desideri, qualunque cosa tu faccia ti porterà gioia: non sentirai la fatica, non penserai nemmeno alla fatica.
Se riesci davvero a considerare la pratica del QìGong come una gioia, anche l’amarezza diventa gioia: trovi felicità persino nella difficoltà.
A quei tempi non avevo soldi per comprare libri; la domenica andavo in libreria e leggevo lì.
La mia vita passava soltanto attraverso quattro porte:
la porta del dormitorio,
la porta della fabbrica,
la porta della libreria,
la porta delle case dei malati.
Non esistevano altre porte.
Leggevo libri, cercavo pazienti, praticavo il QìGong, correvo da una parte all’altra.
Per tutto il giorno non sapevo cosa fosse la stanchezza, non sentivo la fatica. Era come se fossi posseduto da una forza. Imparare anche solo una piccola cosa mi sembrava meraviglioso.
Nel 1962 accompagnai a casa mia nonna materna, che aveva 87 anni. Alla stazione incontrai un mio compagno delle elementari: vedendomi vestito così trasandato pensò che fossi un mendicante.
Indossavo un paio di scarpe consumate, i vestiti avevano tutti i bordi sfilacciati, ma io non provavo nessun imbarazzo. Ogni giorno ero felice e sorridente.
Quando camminavo per strada, se non c’era nessuno allungavo il passo e correvo; quando c’era molta gente camminavo con gli occhi quasi chiusi. Gli altri dicevano: “Sembra cieco”, però non avevo il bastone. In realtà tenevo solo gli occhi socchiusi: vedevo a un metro davanti a me. Ciò che era lontano non mi interessava; quando qualcuno era vicino lo evitavo.
Tu potevi dire che ero pazzo, ma io stavo praticando il QìGong. Non mi importava cosa dicessero gli altri.
All’epoca mi ero rasato completamente la testa. Primo, era più comodo lavarla; secondo, quando studiavo la sera e mi veniva sonno, bastava bagnarmi con acqua fredda ed era molto pratico.
Naturalmente, guardando oggi, era un po’ eccessivo: radersi la testa non aiuta davvero a far crescere il QiGong. Semplicemente, per me tutto ciò che sentivo utile diventava una gioia.
Racconto queste cose per spiegare che, se consideri davvero la pratica come una gioia, anche la sofferenza diventa felicità.
Nel 1958, dopo essermi diplomato, entrai in fabbrica. In seguito, ogni volta che c’erano lavori manuali pesanti, sicuramente mandavano me. Ero giovane, avevo forza, e quando lavoravo non risparmiavo energie: facevo il lavoro di tre o quattro persone.
In più non sapevo adulare i dirigenti (ancora oggi detesto chi fa il leccapiedi), quindi venivo mandato spesso a fare lavori duri.
Ma anche lavorando praticavo il QiGong.
Quando usavo la pala per caricare la terra sui carri, prendevo sempre una pala pienissima. Usavo la forza partendo dalla vita: così allenavo la zona lombare.
Lavorare era un modo per allenarmi e sviluppare capacità; non cercavo gli elogi degli altri.
Per questo ancora oggi so fare molti lavori: ho fatto il muratore, ho portato calce, ho intonacato muri. Qualunque cosa incontrassi la consideravo un’occasione per imparare una tecnica, come una pratica di QiGong.
Qualunque cosa facessi, la facevo con tutto me stesso.
In ogni cosa c’è QiGong.
Tenere una pala contiene QiGong. Tenere una cazzuola contiene QiGong.
Se riesci a vivere così, allora la mente diventa concentrata.
Quando l’intenzione è concentrata, qualunque cosa fai diventa pratica: pratica, pratica, pratica…
Così non diventa forse una concentrazione totale?
Il problema dei nostri compagni è che la mente non è concentrata.
Quando finiscono una sessione di pratica, dopo aver fatto Peng Qi Guan Ding fa e viene detto “sciogliete il gruppo”, tutti se ne vanno.
Se in quel momento dici di nuovo: “Tutti a praticare!”, sicuramente risponderanno:
“Ma non abbiamo appena finito?”
Finito?
Camminare non è pratica?
Tornare al lavoro non è pratica?
Se è così, non va bene!
Si diceva nello studio degli scritti di Mao:
“Bisogna applicarli nel lavoro, fonderli nel sangue, concretizzarli nelle azioni.”
Questa frase, applicata al Qigong, è davvero adatta.
Al mattino appena apri gli occhi: Qigong, Hunyuan Qì.
Quando pratichi: Hunyuan Qì.
Quando mangi: Hunyuan Qì.
Quando insegni: Hunyuan Qì.
Quando dormi a mezzogiorno o alla sera: ancora Hunyuan Qqì.
Ogni cosa deve essere collegata al Qì.
Questa è la vera concentrazione.
Non significa che solo muovere il corpo e fare le forme sia praticare QiGong.
Haola!
Maria Grazia Mauri








