Il Professor Páng Hèmíng racconta la storia del maestro del proprio maestro: il maestro buddhista Xiūyuán e la tigre.
Il professor Páng Hèmíng raccomandava di praticare con regolarità, preferibilmente a orari prestabiliti e, per quanto possibile, nello stesso luogo. Questa continuità favorisce l’instaurarsi di un ordine e l’integrazione del proprio Qì con quello dell’ambiente, contribuendo alla formazione di un Campo di Qì favorevole alla pratica e al benessere personale.
Naturalmente, la regolarità non deve diventare rigidità. Anche praticare in luoghi di particolare bellezza o dove l’aria è buona, entrando in contatto con il Qì di ambienti diversi, è un’esperienza preziosa. Personalmente, ritengo che la soluzione migliore sia integrare le due possibilità: coltivare la continuità della pratica in un luogo abituale e cogliere le occasioni per praticare anche altrove. Il professor Páng descriveva così il legame che si crea praticando a lungo nello stesso luogo: «Se pratichi sempre qui, finisci per affezionarti a questo posto e il suo Qì si unisce al tuo. Continuando a praticare, arrivano anche gli scoiattoli e altri piccoli animali».
“Il legame tra la pratica e il luogo in cui ci si esercita introduce anche un altro tema: il rapporto con gli animali. A questo proposito, il professor Páng raccontò un episodio tramandatogli dal proprio maestro, che aveva come protagonista il maestro buddhista Xiūyuán:
” Xiūyuán era il maestro del mio maestro. Viveva sul monte Hóngluó e morì prima della Liberazione. Praticava in una grotta, dove si ritirava per dedicarsi alla coltivazione personale. Pur essendo un monaco di lunga esperienza, non aveva ricevuto un’istruzione e non si occupava della gestione del tempio. Durante i suoi ritiri, gli veniva portato il cibo a orari stabiliti. Un giorno, un giovane monaco incaricato di consegnargli il pasto trovò una grossa tigre all’ingresso della grotta. Terrorizzato, si fermò a grande distanza: non osava avvicinarsi, ma neppure tornare indietro.
Nel frattempo, Xiūyuán, che stava praticando all’interno, si domandò: “Come mai oggi non mi hanno ancora portato da mangiare?”. Uscì dalla grotta, vide la tigre e, senza darle particolare attenzione, chiamò il giovane monaco: “Avanti, vieni!”.
Vedendo la tranquillità dell’anziano maestro davanti a quell’animale, il giovane pensò: “Xiūyuán dev’essere proprio il Bodhisattva che sottomette la tigre. Forse posso avvicinarmi senza pericolo”.
Si fece dunque avanti, ma con grande esitazione. “Che cosa ti succede? Perché sei così?”, gli domandò Xiūyuán. Il giovane continuava a fissare la tigre. Solo allora il maestro comprese e, rivolgendosi all’animale, disse: “Ah, vai, vai”. E la tigre se ne andò. Da allora, nei pressi della grotta si vedevano spesso tigri, lupi, conigli e topi di montagna. Si disponevano in fila, con la tigre davanti all’ingresso. Raccontata così, non sembra forse una storia da ridere? Eppure, la spiegazione era nel Qì: lì il Qì era buono e gli animali, percependolo, si sentivano a proprio agio. Venivano senza aggredire le persone, purché nessuno cercasse di ucciderli. In quel caso avrebbero reagito e avrebbero potuto divorare chi li minacciava. Io non ho assistito personalmente a questi fatti: è stato il mio maestro a raccontarmeli”.
Anche il professor Páng, pur non avendo vissuto esperienze simili a quelle narrate sul maestro Xiūyuán, raccontava di aver ricevuto la visita di alcuni animali durante la pratica. Ricordava, in particolare, un episodio del 1960: «Di notte andavo a praticare. Mentre mi esercitavo, sentivo un leggero fruscio: “Frusc, frusc, frusc…”.
Mi domandavo chi potesse camminare con passi tanto leggeri. Poi il rumore cessava. Terminata la pratica, mi guardai lentamente intorno, ma non vidi nessuno. Pensai: “Chi era? Com’è possibile che si sia allontanato senza fare alcun rumore?”. La notte seguente, durante la pratica, quel fruscio si ripresentò. Questa volta, incuriosito, socchiusi gli occhi per guardare: era una grossa donnola gialla. Quando terminai la pratica ed eseguii la chiusura, anche lei se ne andò “.
Da questo ricordo il professor Páng prendeva spunto per parlare della stabilità interiore e dell’importanza di non lasciarsi sopraffare dalla paura. Nel linguaggio tradizionale della pratica, spiegava: Quando accadono cose del genere, non lasciatevene distrarre e non alimentate la paura, perché lo spavento può provocare un profondo turbamento. Durante la pratica dobbiamo raccogliere la mente e dedicarci con attenzione a ciò che stiamo facendo. Se la paura prende il sopravvento, il Qì e lo Shén possono entrare in disordine, per ristabilire l’equilibrio si torna nel luogo in cui ci si è spaventati, assumendo la stessa posizione e rivolgendosi nella medesima direzione. Da lì si raccoglie il Qì e lo si emette. Il procedimento è semplice: si stabilizza l’intenzione e si emette il Qì. Anche questi piccoli aspetti fanno parte dell’insegnamento: sono, al tempo stesso, metodi e contenuti della pratica
Se vi trovate in una situazione simile, non abbiate paura e non allontanatevi. Chiudete gli occhi, raccogliete il Qì e ripetete mentalmente: “Hùnyuán língtōng, Hùnyuán língtōng, Hùnyuán Qì, Hùnyuán Qì, Tiándàn xūwú”.
Poi fate ruotare gli occhi tre volte verso sinistra e quattro verso destra. Questo movimento viene chiamato “tre a sinistra e quattro a destra”. Nelle corrispondenze tradizionali, la sinistra è associata al fegato e la destra ai polmoni; il fegato custodisce lo Hún, mentre i polmoni custodiscono il Pò. Il significato è acquietare lo Hún e rendere omaggio al Pò. Dopo questi movimenti, fate penetrare il Qì. questo procedimento consentirebbe di ritrovare la calma e ristabilire l’equilibrio interiore.
Ovviamente, queste indicazioni appartengono al contesto tradizionale del racconto: in presenza di animali potenzialmente pericolosi occorre mantenere una distanza di sicurezza.
Da Cuore a Cuore,
Maria Grazia Mauri








